Un giallo in ventuno righe

I bambini della classe prima o seconda della primaria vengono incoraggiati dagli insegnanti ad espandere le frasi.

Una caratteristica tipica dell’età è quella di scrivere poche parole che formano quindi una frase piuttosto breve.

Al contrario, ad un certo punto del percorso scolastico, verso la fine della scuola dell’obbligo i testi d’italiano propongono alcune attività sintetiche.

Mi spiego meglio.

Fra gli esercizi per migliorare la scrittura ce ne sono alcuni dove, dato un certo titolo o argomento, l’esposizione scritta deve rispettare una certa lunghezza.

Si può trattare di un determinato numero di parole, oppure di righe o meno frequentemente di frasi.

Sembra facile ma non lo è affatto.

Come fare?

Volete saperne di più?

Andate avanti con la lettura.

Rilassatevi.

Si parte!

Come scrivere un giallo in ventuno righe

Ventuno righe, proprio ventuno come le lettere dell’alfabeto.

Se provate, anche voi adulti, vi renderete ben presto conto che la difficoltà è proprio quella di riuscire a scrivere una storia, ben strutturata in tutte le sue parti.

Infatti si finisce con il dare troppo spazio alla parte introduttiva e poi non abbiamo più “spazio” per il resto della storia.

Bene.

Alcuni consigli utili

  1. Inventate la storia e scrivete uno schema
  2. Seguite un ordine ben preciso
    – introduzione
    – fatto centrale (in questo caso, crimine)
    – sviluppo della vicenda e soluzione del caso
    -conclusione
  3. Buttate giù la storia seguendo l’ordine suddetto
  4. Effettuate eventuali modifiche, eliminando parti superflue, facendo dei tagli, ove possibile, per raggiungere la lunghezza richiesta
  5. Rileggete tutto, per capire se la storia sia ben sviluppata in ogni sua parte e abbia un senso logico.

A questo punto, a titolo esemplificativo, vi propongo un lavoro.

Si tratta per l’appunto di un breve giallo, preso in prestito da mio figlio, che ha svolto il lavoro, in prima liceo.

A Villa Stuart il giardiniere stava spazzando il viale, mentre i cigni bagnavano i loro becchi nel laghetto.

Cosa c’era di strano?
Davanti a lui un cadavere affiorava dall’acqua. Non c’erano dubbi:

era la baronessa.
Fece in un attimo a dare l’allarme e la polizia arrivò immediatamente.

Giacomo Bianchetti era il nuovo capo del reparto investigativo.

“Ha bloccato tutti i presenti?” chiese al suo subordinato.

Indicò le persone che stavano mettendo a posto.

La festa, della sera prima, fatta per beneficienza, aveva visto

molti partecipanti. Intanto arrivò il medico legale, insieme al nipote della vittima. Quest’ultima era stata avvelenata.

Ovviamente tutti i bicchieri, piatti e stoviglie furono esaminati

per filo e per segno. Nel bicchiere della baronessa fu trovato qualcosa come una dose massiccia di veleno per topi.

Restringendo il numero dei negozi che vendevano tale sostanza,

si arrivò ad una mesticheria poco lontana. Il proprietario, senza alcuna esitazione, riconobbe il nipote come acquirente del veleno.

Un debito di gioco lo aveva spinto a uccidere la baronessa.

Vendendo la villa e con tutte le ricchezze di una donna sola, sua zia, avrebbe risolto i suoi problemi e vissuto nel lusso. 

A questo punto la domanda potrebbe venire spontanea: a cosa serve?

Le risposte sono molteplici.

Una di queste è che, in questo modo, si “costringe” chi scrive a concentrarsi maggiormente sulle parti che compongono un testo scritto.

Ognuna deve essere sviluppata in modo adeguato.

Detto questo, la libertà nella scrittura è fondamentale.

Non ci devono essere troppi limiti e costrizioni.

Potrebbero tarpare le ali della creatività!

Parola di Mastrogessetto!

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