Settembre in poesia

Ho sempre avuto la sensazione che settembre rappresentasse un nuovo inizio.

Sarà che facendo l’insegnante, i miei tempi sono sempre stati scanditi da quelli della scuola.

A distanza di anni, continuo ad avere questa percezione del calendario: settembre è sicuramente un mese che rappresenta una ripartenza ma anche quello dei propositi di cambiamento.

In realtà quella che prima era una mia condizione personale, per quello che ne so, è diventata con il tempo comune a molti.

Ma veniamo al dunque.

Il nono mese dell’anno segna anche il passaggio graduale alla stagione autunnale.

Le poesie ad esso dedicate sono veramente molte.

La malinconia fa da padrona.

Nella mia selezione ho cercato di privilegiare, tuttavia, quelle più solari.

Del resto, per gran parte del mese è ancora estate.

Lasciamo gli scenari più nubilosi e nostalgici ad altri mesi che suscitano di per sé questi sentimenti e avvolgiamoci, per il momento, con il calore delle belle giornate.

I consigli che vi do sono gli stessi.

Mettetevi comodi .

Rilassatevi!

Si parte!

Poesie su settembre

Iniziamo con i versi del poeta Bertolucci padre dei due registi Bernardo e Giuseppe.

E’ un’immagine luminosa, con un bel cielo chiaro e farfalle che volano sull’erba.

Settembre di Attilio Bertolucci

Chiaro cielo di settembre
illuminato e paziente
sugli alberi frondosi
sulle tegole rosse

fresca erba
su cui volano farfalle
come i pensieri d’amore
nei tuoi occhi

giorno che scorri
senza nostalgie
canoro giorno di settembre
che ti specchi nel mio calmo cuore.

Una frase che ho sentita dire più volte, anche da bambina, è “si sente l’aria settembrina”.

Il poeta Alfonso Gatto ne ha fatto il titolo della sua poesia.

Arietta settembrina di Alfonso Gatto

Ritornerà sul mare
la dolcezza dei venti
a schiuder le acque chiare
nel verde delle correnti.

Al porto sul veliero
di carrube l’estate
imbruna, resta nero
il cane delle sassate.

S’addorme la campagna
di limoni e d’ arena
nel canto che si lagna
monotono di pena.

Così prossima al mondo
dei gracili segni,
tu riposi nel fondo
della dolcezza che spegni.

Il mare a settembre sembra ancora più bello e ci offre scenari più tranquilli.

Le onde sembrano sussurrare.

Settembre sul mare di Diego Valeri

Mare in pace,
con susurrare di piccole onde,
pioppi tremanti foglia a foglia,
con lungo sospiro, nel cielo fermo.

Settembre, è questo il tuo sonno leggero,
il tuo leggero sognare,
poi ch’ài deposto dal cuore la grave
felicità di amare.

Luigi Pirandello che io amo particolarmente è poco conosciuto per i suoi versi.

Per questo ho voluto inserire nella mia raccolta anche questo breve suo componimento.

Settembre di Luigi Pirandello

Le speranze se ne vanno
come rondini a fin d ’anno:
torneranno?
Nel mio cor vedovi e fidi
stanno ancora appesi i nidi
che di gridi
già sonaron brevi e gaj:
vaghe rondini, se mai
con i raj
del mio Sole tornerete,
le casucce vostre liete
troverete.

La nostra penisola ci offre città da sogno.

Una delle prime che ci viene alla mente è Venezia.
Nel mese di settembre è sotto i riflettori, oltre che per la sua leggendaria bellezza, per il festival cinematografico.

Settembre a Venezia di Vincenzo Cardarelli

Già di settembre imbrunano
a Venezia i crepuscoli precoci
e di gramaglie vestono le pietre.
Dardeggia il sole l’ultimo suo raggio
sugli ori dei mosaici ed accende
fuochi di paglia, effimera bellezza.
E cheta, dietro le Procuratìe,
sorge intanto la luna.
Luci festive ed argentate ridono,
van discorrendo trepide e lontane
nell’aria fredda e bruna.
Io le guardo ammaliato.
Forse più tardi mi ricorderò
di queste grandi sere
che son leste a venire,
e più belle, più vive le lor luci,
che ora un po’ mi disperano
(sempre da me così fuori e distanti!)
torneranno a brillare
nella mia fantasia.
E sarà vera e calma
felicità la mia.

Come risposta automatica a Settembre, chi conosce le poesie, recita “Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare.”

E’ il famoso incipit de “I pastori” di Gabriele D’Annunzio, che io stessa vi ho proposto un anno fa.

Ve ne propongo un’altra, meno conosciuta, ma molto bella.

Il novilunio di Gabriele D’Annunzio

Novilunio di settembre!
Nell’aria lontana
il viso della creatura
celeste che ha nome
Luna, trasparente come
la medusa marina,
come la brina nell’alba,
labile come
la neve su l’acqua,
la schiuma su la sabbia,
pallido come
il piacere
su l’origliere,
pallido s’inclina
e smuore e langue
con una collana
sotto il mento sì chiara
che l’oscura:
silenzioso viso esangue
della creatura
celeste che ha nome Luna,
cui sotto il mento s’incurva
una collana

sì chiara che l’offusca,
nell’aria lontana
ov’ebbe nome Diana
tra le ninfe eterne,
ov’ebbe nome Selene
dalle bianche braccia
quando amava quel pastore
giovinetto Endimione
che tra le bianche braccia
dormiva sempre. 

Novilunio di settembre!
Sotto l’ambiguo lume,
tra il giorno senza fiamme
e la notte senza ombre,
il mare, più soave
del cielo nel suo volume
lento, più molle
della nube
lattea che la montagna
esprime dalle sue mamme
delicate,
il mare accompagna
la melodia
della terra, la melodia

che i flauti dei grilli
fan nei campi tranquilli
roca assiduamente,
la melodia
che le rane
fan nelle pantane
morte, nel fiume che stagna
tra i salci e le canne
lutulente,
la melodia
che fan tra i vinchi
che fan tra i giunchi
delle ripe rimote
uomini solinghi
tessendo le vermene
in canestre,
con sì lunghi
indugi su quelle parole
che ritornano sempre. 

Novilunio di settembre!
Tal chiaritate
il giorno e la notte commisti
sul letto del mare
non lieti non tristi

effondono ancora,
che tu vedi ancora
nella sabbia le onde
del vento, le orme
dei fanciulli, le conche
vacue, le alghe
argentine,
gli ossi delle seppie,
le guaine
delle carrube,
e vedi nella siepe
rosseggiar le nude
bacche delle rose canine
e nel campo la pannocchia
dalla barba d’oro
lucere, che al plenilunio
su l’aia il coro
agreste monderà con canti,
e nella vigna
il grappolo d’oro
che già fu sonoro d’api,
e nel verziere il fico
che dall’ombelico stilla
il suo miele,
e su la soglia del tugurio
biancheggiar la conocchia

dell’antica madre che fila,
che fila sempre. 

Novilunio di settembre,
dolce come il viso
della creatura
terrestre che ha nome
Ermione, tiepido come
le sue chiome,
umido come il sorriso
della sua bocca
umida ancora
della prima uva matura,
breve come la sua cintura
nel cielo verde
come la sua veste!
Ha tremato
nella sua veste
verde che odora
ad ogni passo
come un cespo ad ogni fiato,
ha tremato
al primo gelo notturno
ella che a mezzo il giorno
dormì con la guancia

sul braccio curvo
e si svegliò con le tempie
madide, con imperlato
il labbro, nella calura,
vermiglia come un’aurora
aspersa di calda rugiada
e sorridente.
E io le dico: “O Ermione,
tu hai tremato.
Anche agosto, anche agosto
andato è per sempre! 

Guarda il cielo di settembre.
Nell’aria lontana
il viso della creatura
celeste che ha nome
Luna, con una collana
sotto il mento sì chiara
che l’oscura,
pallido s’inclina e muore…„
Ma dice Ermione,
non lieta non triste:
“T’inganni. Quella ch’è sì chiara
è la falce
dell’Estate, è la falce

che l’Estate abbandona
morendo, è la falce
che falciò le ariste
e il papavero e il cìano
quando fiorìano
per la mia corona
vincendo in lume il cielo e il sangue;
ed è la faccia dell’Estate
quella che langue
nell’aria lontana, che muore
nella sua chiaritate
sopra le acque,
tra il giorno senza fiamme
e la notte senza ombre,
dopo che tanto l’amammo,
dopo che tanto ci piacque;
e la sua canzone
di foglie di ali di aure di ombre
di aromi di silenzii e di acque
si tace per sempre; 

e la melodia di settembre,
che fanno i flauti campestri
ed accompagna il mare
col suo lento ploro,

non s’ode lassù nell’aria
lontana ov’ella spira
solitaria
il suo spirto odorato
di alga di rèsina e di alloro;
e l’uomo che s’attarda
in tessere vermene
già fece del grano mannelle
ed or fa canestri
per l’uva, con un canto eguale,
e tutto è obliato;
obliato anche agosto
sarà nell’odor del mosto,
nel murmure delle api d’oro;
per tutto sarà l’oblio,
per tutto sarà l’oblio;
e niuno più saprà
quanto sien dolci
l’ombre dei voli
su le sabbie saline,
l’orme degli uccelli
nell’argilla dei fiumi,
se non io, se non io,
se non quella che andrà
di là dai fiumi sereni,
di là dalle verdi colline,

di là dai monti cilestri,
se non quella che andrà
che andrà lungi per sempre, 

e non con le tue rondini, o Settembre!

E infine, concludo , come di solito, con una nota di allegria.

Roberto Piumini ci offre una sorta di filastrocca molto spensierata, che va bene anche per i bambini.

Eccovi in rima uno spaccato molto veritiero di quello che accade nel nono mese dell’anno.

Settembre di Roberto Piumini

E dopo agosto, con la sua calura,
viene settembre, tiepida frescura.
L’estate non è morta, ma si ammala,
il giorno un po’ si accorcia, il sole cala.

Le foglie sono verdi, ma più stanche,
le belle abbronzature tornan bianche.
Il bosco ronza ancora, ma più quieto,
gli uccelli fanno un canto più segreto.

La scuola ricomincia a metà mese,
con cose note e con delle sorprese.
Lo zaino è più pesante, tira in basso,
quest’anno ti rallenta un poco il passo.

Gli amici e le amiche sono quelli,
ma sono un po’ più alti, un po’ più snelli.
Invece la maestra è sempre uguale:
se è una maestra nuova, meno male.

La conclusione è un po’ bizzarra: “se la maestra è nuova meno male”.

Forse è stata scritta perché faceva rima o forse il poeta ci ha voluto dire che in ogni caso, sia che ci siano le “vecchie” insegnanti o che, viceversa, siano “nuove”, bisogna essere ugualmente felici.

Trovata la poesia che vi rispecchia di più?

Come sempre mi auguro di aver tenuto vivo il vostro interesse.

E se addirittura vi siete sentiti, in alcuni casi, anche un po’ rapiti, questo mi rende veramente felice.

Parola di Mastrogessetto!

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