Giorgio Caproni

110 anni di Giorgio Caproni, il poeta delle rime chiare

Giorgio Caproni non è forse tra i più noti poeti novecenteschi, ma certo meriterebbe un approfondimento maggiore.

In questi anni, ho notato che le Antologie delle scuole superiori lo stanno proponendo agli studenti.

In effetti la conoscenza di alcuni poeti del Novecento, più vicini ai nostri giorni, è un po’ in difetto.

Bene.

Questa è l’occasione per avvicinarsi a Giorgio Caproni, nato a Livorno il 7 gennaio 1912 e morto nel 1990.

“Caproni riassumeva la propria biografia con queste parole: Sono targato Livorno 1912 in uno scritto intitolato Luoghi della mia vita e notizie della mia poesia.


Alla città di Livorno, sua patria d’infanzia, e al mito della madre Annina il poeta dedicò i celebri Versi livornesi contenuti nella raccolta Il seme del piangere (1959) , una delle opere poetiche più belle del Novecento.”

Siete pronti per leggere i suoi versi?

Rilassatevi !

Si parte!

Una poesia di Giorgio Caproni

Giorgio Caproni amava definirsi un “modesto artigiano” o uno “scrittore di versi”. Non osò mai attribuire a se stesso il titolo di “poeta” poiché era una nomina che gli risultava particolarmente indigesta, in quanto a suo giudizio era impossibile essere eternamente ispirati.”

Sicuramente lo era, quando ha scritto la poesia “Alba”.

Alba

Amore mio, nei vapori d’un bar
all’alba, amore mio che inverno
lungo e che brivido attenderti! Qua
dove il marmo nel sangue è gelo, e sa
di rifresco anche l’occhio, ora nell’ermo
rumore oltre la brina io quale tram
odo, che apre e richiude in eterno
le deserte sue porte?… Amore, io ho fermo
il polso: e se il bicchiere entro il fragore
sottile ha un tremitío tra i denti, è forse
di tali ruote un’eco. Ma tu, amore,
non dirmi, ora che in vece tua già il sole
sgorga, non dirmi che da quelle porte
qui, col tuo passo, già attendo la morte!

1945

Per comprendere meglio

  1. La situazione che Caproni descrive nella poesia è quella dell’attesa di una donna, da parte sua, all’alba fredda invernale, in un bar.

E’ un bar urbano, pervaso dall’odore nauseabondo di fogna (rifresco) e che si trova nei pressi della fermata di un tram che apre e chiude continuamente le sue porte, senza che nessuno scenda o salga.

  • Il verso “Qua/dove il marmo nel sangue è gelo significa che tutto è freddo, riferendosi alla paura per la morte: perfino il sangue, che di per sé è caldo e simbolo di vita.
  • Il poeta usa dei termini che non appartengono ad un unico registro stilistico: ad esempio usa un vocabolo come “ermo” del Leopardi(il famoso ermo colle: cioè deserto accanto a rumore. In questo modo dimostra di possedere notevoli capacità poetiche ma è anche cosciente di dover usare anche termini semplici che esprimano bene i suoi pensieri.
  • Il sole sgorga significa che esce fuori con impeto come l’acqua da una sorgente. Il poeta qui usa il lessico in modo connotativo.
  • I puntini di sospensione indicano che la risposta è aperta, da definire o da immaginare, ma aumentando il senso di inquietudine che caratterizza la poesia.
  • La figura di suono che si crea tra deserte e porte è la consonanza (erte e orte: diversa solo la vocale)
  • Le rime interne della poesia sono rumore, amore e fragore.
  • Il rifresco (termine dialettale) è un odore nauseabondo di fogna e il senso è l’olfatto che viene accostato alla vista. Questa figura retorica è una sinestesia. Il poeta con questo verso rende bene l’atmosfera che caratterizza la sua attesa.
  • Gli elementi narrativi sono espressioni tipo “io ho fermo il polso”.
  1. Roma            
          Caro diario,
     è l’alba di un freddo inverno e mi trovo in un bar, tutto pieno di vapore ad aspettare la mia donna amata: la mia attesa é lenta e  gelida come l’alba stessa.
    Il mio sangue è come di marmo e l’odore diffuso è di rifresco, forse per le stoviglie lavate male. Questo odore è talmente forte che sembra entrarmi anche negli occhi.
    Non c’è nessun rumore perché il luogo è desolato tranne che per la presenza di un tram, che cigola sulla strada ghiacciata dalla brina e sento il chiudersi ed aprirsi, continuo, delle sue porte, senza che nessuno scenda o salga.
    Mi sembra che il mio cuore abbia smesso di battere.
    Si sente il rumore stridente del tram, riecheggiato dal tremito ripetuto dei miei denti sul bicchiere.
    Mi chiedo se il mio amore verrà e se porterà con sé un messaggio di morte.

Roma è stata una delle città in cui ha vissuto il poeta.

Figlio di Attilio Caproni un ragioniere e musicista dilettante e di Anna Picchi, una sarta e ricamatrice abilissima, alla quale dedica poesie molto belle.

La prima infanzia di Caproni è caratterizzata da “anni di lacrime e miseria nera” come lui stesso racconta nella sua autobiografia.

“Nel 1922, a dieci anni, il piccolo Caproni si trasferì con la famiglia a Genova per motivi di lavoro del padre. Tre anni dopo si diplomò all’Istituto musicale Giuseppe Verdi. Presto tuttavia iniziò a interessarsi alla poesia, preferendo la vocazione per la parola poetica a quella musicale per il violino. I suoi maestri furono Ungaretti, Montale, Sbarbaro, che lesse da autodidatta dopo aver compreso che la carriera come violinista non faceva per lui.”

Fu a Roma che si dedicò all’insegnamento, come maestro elementare.

Avrebbe vissuto nella capitale per il resto della vita.


“Allo scoppio della guerra nel 1940 fu richiamato alle armi e mandato a combattere al confine con la Francia. La Seconda guerra mondiale fu un’esperienza che Caproni definì un capolavoro di insensatezza nel diario che fu pubblicato nel 1942, con pesanti tagli dovuti alla censura fascista.
Negli anni della Seconda guerra mondiale Caproni continuò a dedicarsi all’attività poetica: nel 1941 pubblicò la raccolta Finzioni, nel 1943 Cronistoria.”

Tornato a Roma, dopo la guerra, riprese la sua occupazione di insegnante elementare, che proseguì fino all’anno della pensione, il 1973.

Fu proprio nella sua casa romana che la morte lo colse improvvisamente,il 22 gennaio del 1990.

In realtà, il suo congedo lo aveva scritto anni prima nei versi memorabili della poesia Biglietto lasciato prima di non andare via, contenuta nella raccolta Il franco cacciatore (1982):

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.
Il mio viaggiare
È stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

Ci sarebbe ancora molto da scrivere, ma soprattutto da leggere perché le sue poesie sono semplici, musicali ma non per questo meno belle.

Parola di Mastrogessetto!

2 commenti su “Giorgio Caproni”

    1. Vanni la ringrazio per il suo apprezzamento e per avermi scritto. Colgo l’occasione per augurarle tante belle cose per l’anno appena iniziato. Un caro saluto da Mastrogessetto!

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